Il rifiuto dell’esame orale alla Maturità e il festival dei detentori di dottorato in tuttologia

Il “fatto” è di dominio pubblico. Una maturanda di un liceo scientifico del Veneto si è resa protagonista – con (pochi) altri coetanei di altri istituti del nostro Paese – di una contestazione senza precedenti all’appuntamento con l’esame di maturità di questo 2025, rifiutandosi di sostenere la prova orale.
Con la certezza matematica – per i crediti accumulati nel triennio finale del corso di studi, come dagli altri “ribelli” – di aver maturato le condizioni per fregiarsi del diploma.
I riflettori si sono accesi immediatamente – e non avrebbe potuto essere altrimenti – sulla decisione rivendicata dalla ragazza a motivo della consapevolezza elaborata di aver concluso un percorso liceale improntato più all’accentuazione della competitività (a suo dire: “disumanizzante” il sistema scolastico) che all’interesse da parte dei più del corpo docente di conoscere la sua “vera” individualità.
Pronta la reazione del ministro dell’Istruzione Valditara che – per porre un freno preventivo a questa protesta in potenza di diventare una “moda” – ha preannunciato, per il futuro, la bocciatura per gli studenti che dovessero cadere nella tentazione di seguire le orme degli apripista balzati agli onori della cronaca estiva dell’anno corrente.
Quanto accaduto ha rafforzato l’intensità del dibattito di lunga data sulle criticità nel settore dell’istruzione nel nostro Paese, con le immancabili appendici sui mass e social media, nelle quali alle voci degli esperti e competenti in materia si affiancano – spesso sovrapponendosi con la presunzione da oracolo – tuttologi/tuttologhe di gran carriera in mediaticità.
Nella lettura delle varie prese di posizione, opposte e contrastanti, mi sono imbattuta nell’ opinione personale, e senza ombra di dubbio opinabile, di un esponente di questa categoria, quotidianamente sul pezzo a maggior impatto sensazionalistico, che gli permette non solo di restare ancorato alla notorietà conseguita, ma anche di estendere la conoscenza del suo sé ad un seguito in crescendo di ammiratori attraverso ogni mezzo di comunicazione disponibile. Pur se, a onore del vero, al plauso si accompagna un discreto numero di note di esplicito disappunto nei commenti alle pubblicazioni sulle piattaforme social. Almeno questo!!!
Tale professionista non mancò – per inciso – di inzuppare il biscottino anche nel “caso Hasler” ed è questo il motivo per cui mi sono soffermata a leggere quanto scritto a proposito della scelta della giovane contestatrice veneta in un momento decisivo della sua esistenza.
Attenendomi al suggerimento del Sommo poeta: “non ti curar…ma guarda e passa”, non mi interessa analizzare un “pezzo” giornalistico teso – in buona sostanza: piuttosto che ad informare dell’accaduto con opportuna disanima – a divulgare l’istruzione generalizzante (e senza alternativa dal suo punto di vista) al dover abituarsi ad un processo vitale in assoluto deficit di conoscenza del “vero” sé individuale in una società di perfetti sconosciuti fra loro.
E buonanotte ai suonatori…
suonati dalle strilla di sedicenti missionari di sano realismo, in missione permanente, dall’alto di piedistalli mediatici scalati per abilità non comuni, e come per grazia ricevuta, di arrivismo e esibizionismo in un mondo di rapporti virtuali che li incorona principi da oracolo nell’indistinta globo sfera popolata da affamati dalla brama di farsi conoscere per come si mostrano e per quel che mostrano di sé – ovvero: per come vorrebbero essere conosciuti – e saziandosi di pseudo amicizie portatrici sane di ipotetici like.
E a me non resta che concludere con la domanda retorica dal retrogusto amaro lasciato da portate cucinate dai “cuochi della realtà”: i giornalisti, nella definizione di Ennio Flaiano; in compagnia (aggiungo) dei mestieranti di questa professione, che spesso si avvalgono della consulenza – si fa per dire – di tuttologi e tuttologhe. Dai quali – si chiese il poliedrico scrittore – chi si salverà?
Maria Michela Petti
16 luglio 2025
