La notizia che non ha fatto notizia. Ricercandone il perché…

9 Febbraio 2024 0 Di EH(?)

Fra i non pochi c. d. misteri… non certo di fede: quello che sembra avvolgere in un velo impenetrabile la vicenda dell’ex, primo, revisore generale del Vaticano, Libero Milone, indotto – stando alla sua denuncia – a dimettersi sotto la minaccia di arresto nel 2017 e uscito perdente, il 24 gennaio scorso, dal primo grado di giudizio nella causa intentata contro la Segreteria di Stato.

Rigettata la richiesta di risarcimento per danni reputazionali e materiali, avanzata con il suo ex collaboratore Ferruccio Panicco, deceduto nel giugno 2023, è stato condannato con gli aventi causa di quest’ultimo a rifondere, nelle rispettive quote stabilite, la somma complessiva di 49.336,00 a favore della SdS e di 64.140,00 euro a favore dell’Ufficio del Revisore Generale.

Della sentenza, emessa dopo “attento esame” dal Tribunale vaticano, che ha giudicato la Segreteria di Stato «estranea a tutti i fatti e le condotte poste “a fondamento delle proprie pretese”», ha informato Vatican News.

Da attenta lettura dello stringato resoconto non sono riuscita – per mia incapacità (?) – ad evincere su chi sia ricaduta, o sarebbe dovuta ricadere, la legittimità dell’esercizio concreto volto al licenziamento di fatto.

Non mi soffermo su quest’ultimo risvolto di quest’altra triste vicenda (tema del Post al link di seguito) che – per i motivi diffusamente descritti e ben noti a chi ha letto almeno qualcuna delle pagine di un racconto, altrettanto triste, che ne stiamo facendo ormai da troppi anni – ha riacutizzato ferite mai sanate.

Nel pieno rispetto della sua libertà circa la decisione di fare (o meno) chiarezza, nei tempi e nei modi che riterrà più opportuni, chiedo scusa al dott. Milone per aver introdotto la riflessione che segue riallacciandomi alla sua non piacevole esperienza personale, per ora senza il lieto fine sperato anche da noi.

Non mancando di esprimergli, per quel che conta, l’apprezzamento per non aver frequentato postazioni inappropriate adibite ad aule di “tribunali mediatici” (molto in voga oggi!) per far valere i suoi diritti sacrosanti.

La notizia, cui ho fatto riferimento, è stata rilanciata da un solo quotidiano d’informazione digitale in lingua italiana e, ad oggi, non ha trovato spazio sulla stampa mainstream.

Infatti, la ricerca allargata ai siti esteri online mi ha permesso di scovare un numero di articoli limitato – con il resto – alle dita di una mano e fruibili su testate particolarmente attente alle questioni religiose ed ecclesiali.

E questo la dice molto lunga sul mancato interesse per argomenti “urticanti”, sottaciuti da operatori della comunicazione con l’elmetto, solleciti nell’additare – e nel rimestare! – fatti e ipotesi di fattacci funzionali ad una “certa” narrazione, non priva di sensazionalismo, e essa stessa mirante al mantenimento di tornaconti scontati.

L’input a richiamare la causa di licenziamento istruita presso il Tribunale vaticano mi è venuto da un articolo pubblicato, il 2 febbraio scorso, da Infovaticana.com sull’ incontro con il papa della vicepresidente del governo spagnolo Yolanda Díaz. Precisamente: da una delle sue dichiarazioni riportate dalla conferenza stampa svoltasi nell’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, durante la quale la leader politica aveva riferito di aver condiviso, tra l’altro, con il pontefice l’urgenza di “garantire nuovi diritti sociali” ponendo l’accento sul rispetto di quelli dei lavoratori. E aveva affermato: «Papa Francesco è oggi il miglior ambasciatore del lavoro dignitoso nel mondo».

Beh! Per il bene della categoria – nessuno (e, sottolineo: nessuno) escluso – mi auguro che la “missione diplomatica” attribuita al pontefice sortisca gli effetti auspicati…

L’avvedutezza, che è tipica dei negoziatori, me la sarei aspettata anche nel trattamento di “casi” … molto spiacevoli… interni allo Stato vaticano.

Fra le righe leggasi: “cacciata” di Hasler (con l’aggravante della gogna mediatica) e vicenda Milone.

Vero è che non tutti hanno letto, e continuano a non leggere, pagine e pagine di cronache varie (soprattutto quelle riguardanti gli “ultimi” degli ultimi) provenienti dal mondo sui generis che ruota intorno alla Curia romana e che cattura, purtroppo, l’attenzione per una molteplicità di fatti innegabilmente gravi, registrati con singolare frequenza ravvicinata negli anni recenti, e di interesse più generale.

Ma: come immaginare che arrivi ad interessare un pubblico più ampio una notizia “oscurata” in primis dagli organi di stampa, come accaduto per quella – ad esempio – relativa alla conclusione del primo grado di giudizio della causa per il licenziamento dell’ex revisore dei conti?

Autocensura? E perché?

Ignorata: in quanto assimilabile al “chiacchiericcio”, da cui tenersi alla larga, o in quanto non attinente ad una “verità” nascosta e da “ricercare” in linea di massima, onorando la professione? Secondo la raccomandazione ricevuta dai Membri dell’Associazione Internazionale di Giornalisti Accreditati presso il Vaticano, ricevuti in udienza dal papa lo scorso 22 gennaio.

Ai “vaticanisti”, come sono meglio conosciuti, è stato rivolto un discorso – per come l’ho inteso io: una captatio benevolentiae con un messaggio subliminale – tutto incentrato sull’”amore incondizionato alla verità”.

Insistendo sulla delicatezza della “missione” di comunicare la realtà dei fatti di Chiesa con senso di “responsabilità nella verità, non sulle sabbie fragili del chiacchiericcio”, il pontefice all’elogio per “la finezza d’animo” di questi giornalisti ha fatto seguire parole di “gratitudine” per lo sforzo che compiono nel “cogliere l’essenziale”, “senza fare clamori inutili”. Ed ha chiesto «scusa per le volte in cui le notizie che in diverso modo mi riguardano» sottraggono loro tempo prezioso da dedicare alla famiglia e al “gioco con i figli”, ribadendo come quest’aspetto della “cura” dei figli gli stia molto a cuore.

Tengo per me i pensieri che mi si sono affacciati nella mente leggendo quell’accenno alle notizie che “in diverso modo” lo riguardano.

Inoltre: sul gioco con i figli e sul gioco dei figli nelle linee essenziali, mi astengo dall’aprire qui una parentesi difficile da chiudere dopo poche parole e per non deviare dall’argomento di cui sto scrivendo, cioè dei diritti dei lavoratori e della difesa della loro dignità.

Il “lavoro dignitoso” non contempla forse anche l’obbligo morale e reale di non violare, in qualsiasi modo, la reputazione di un qualsiasi soggetto gravato già in misura pesante, ad esempio, da licenziamento, specie se per una presunta “giusta causa” o – peggio ancora – per un complesso di ragioni immotivate che affossano il soggetto penalizzato a motivo della presunzione di un’incomprensibile infallibilità di giudizio? In breve: per un’ingiustizia, che grida al Cielo…

Quanto alla difesa della propria reputazione – anch’essa un diritto da rispettare – il francese padre Adolphe Tanquerey, teologo ed apprezzato direttore spirituale, oltre che scrittore altrettanto apprezzato (in “La divinizzazione della sofferenza”, Verona 2021, pp.111-112) facendo notare che essa a volte è stimata «più della salute e dei beni temporali», puntualizza che: «E’ doveroso vigilare su di essa ed evitare qualunque cosa che possa danneggiarla o diminuirla: la stima degli altri è un bene utile non solo per noi stessi, ma per esercitare un’influenza legittima intorno a noi».

Alla riflessione sulla perdita della “buona fama”, che è consentita da Dio in alcuni casi «senza alcuna colpa da parte nostra», a favore dell’umiltà «che è una delle virtù più eccellenti e il fondamento del nostro edificio spirituale, specialmente quando è praticata per amore di Dio», il padre fa seguire un richiamo a San Francesco di Sales.

Il patrono dei giornalisti – ricorda – «voleva che la dignità episcopale fosse rispettata nella sua persona e si giustificava da certe calunnie che avrebbero compromesso il suo ministero».

Perché – ed è questo l’ammonimento del Santo – infine: «dalla buona reputazione – o viceversa dalla cattiva fama – di alcune persone dipende spesso l’edificazione o lo scandalo di molti. In questi casi, bisogna a buona ragione badare a riparare il torto ricevuto».

Qui il link al precedente Post sul licenziamento dell’ex revisore generale del Vaticano:

Aggiornamento:

“L’ex revisore generale Milone si appella alla decisione del Tribunale Vaticano” titola, proprio in data 7 febbraio, un articolo del “National Catholic Register” a firma di Edward Pentin, che – dando notizia della sentenza emessa al termine del primo grado di giudizio – ricostruisce la vicenda del licenziamento.

Annunciando la decisione dell’ex revisore generale, il giornalista sintetizza il passo il successivo dell’iter giudiziario. «Una volta presentato il ricorso, il caso sarà consegnato alla corte d’appello del Vaticano, composta da un presidente e da altri tre giudici».

https://www.ncregister.com/blog/milone-to-appeal-vatican-tribunal-decision

Maria Michela Petti
07 febbraio 2024