Nella Rete senza rete

25 Febbraio 2020 0 Di EH(?)

Sulla soglia del compimento del terzo anno da quella data memorabile, dopo essermi sforzata di intravedere una probabilità, benché remota, nella vicenda surreale che ha terremotato la nostra vita, per quella litania di messaggi in cui sembra far capolino un senso compiuto a una abilmente declinata retorica – imponendomi anche di credere in un estremo sussulto di quella dignità persa nella vanagloria – mi ritrovo fra le mani e sotto gli occhi delusi, ma non più increduli, una delle innumerevoli testimonianze redatte sul “caso”, a poche settimane dall’accaduto.

Una di quelle non estratta dalla raccolta ben più ricca di messaggi vari indirizzati alla cerchia di destinatari più o meno interessati e coinvolti con responsabilità di vario grado nelle vicissitudini che ci riguardano, rimasti silenti. E lo rimarco, pur non essendoci alcun bisogno di dirlo.

Una testimonianza che conservo in un corposo fascicolo nel fondo di un cassetto e che ho sempre sperato di poter col tempo relegare nel fondo del bagaglio di ricordi indelebili e dal peso insostenibile, che mi spinge ad allontanare ogni tentazione di rigirare il coltello nelle ferite.


Invece: per circostanze che sono venute a frapporsi, eccomi a riproporne una versione ridotta e riveduta per l’evidente diversità del presente contesto.

Tutto ebbe inizio nel buio di una notte appena iniziata, che si preannunciava non certo favorevole a sonni tranquilli, come lo erano state le precedenti, a partire da quell’ora che ha segnato per sempre le nostre esistenze. Da quel breve lasso di tempo – meno di sessanta minuti – in cui fu stroncata la vita di un giovane, senza che alcun segnale premonitore avesse lasciato presagire un simile scenario, persino kafkiano: l’allontanamento, con effetto immediato, dal posto di lavoro.
Lavoro portato avanti fino a quel giorno con la passione e l’entusiasmo tipici dell’età giovanile. Nel rispetto degli obblighi che il senso del dovere impone, con serietà e in coerenza con principi e valori inculcati con un’educazione che non concede alibi a compromessi di qualsiasi genere e ispirati da uno stile di vita consequenziale, testimoniato dalla famiglia e in famiglia.

Per inciso: vita vissuta all’insegna del rigore svizzero nell’ambito di una caserma.

E questa premessa non è affatto la scontata difesa “d’ufficio” di una mamma. La conferma è in quegli scritti ricevuti da noi genitori in varie occasioni e che si custodiscono gelosamente per quegli apprezzamenti, non richiesti e non usuali – più volte espressi anche in forma orale – sul conto di un figlio, riconosciuto “valido collaboratore”.

Nell’incredulità di una decisione che aveva scombussolato il ritmo delle ore successive, a rendere ancor più gravosa la traversia, l’incapacità – per quanti sforzi facessimo – di trovare una spiegazione plausibile a quel qualcosa di indefinito e indefinibile che aveva fermato il tempo, lasciandoci sospesi in una bolla, nei ripetuti tentativi di capire la rilevanza di eventuali errori che ci fossero sfuggiti e continuavano a sfuggirci.

Da allora è stato un susseguirsi e un alternarsi di giorni impiegati ad affrontare, pur nell’affanno e nell’apprensione, una serie di problemi collegati e determinati da un atto unico nel suo genere, e di notti insonni per me che, riavvolgendo il nastro delle nostre esistenze, mi trovavo a trascorrere ore che mai avevo vissuto prima di allora, nemmeno nei primi mesi ed anni di vita di quel figlio, periodi in cui sono frequenti i risvegli e i pianti notturni di un bambino. Da quel giorno nessuno di noi ha dormito, in senso metaforico; non potevamo perderci nell’autocommiserazione, forti solo della fede in Dio che ha alimentato la nostra volontà e la forza di reazione.

Resterà vivo nella mia memoria il ricordo di quella prima notte dopo il “verdetto”, quando si riversavano a getto continuo sul suo cellulare messaggi di vicinanza e di affetto da parte di chi era venuto a conoscenza del fatto.

Sì, anche dalla cerchia di amici dell’ambiente di lavoro, perché nonostante tutto e nonostante le voci contrarie in tal senso era riuscito ad intrecciare stabili rapporti di amicizia. E quelli di amicizia autentica e sincera hanno resistito al “terremoto”, riservandogli la piacevole sorpresa di saperli riconoscere da gesti spontanei, frequenti e concreti, di supporto e di aiuto secondo le proprie possibilità. Ad essi vada, attraverso questo mio scritto, il “grazie” più sentito dal profondo del cuore, pur non conoscendoli di persona. E con loro a quanti sottoscrissero una lettera di solidarietà che fu inoltrata al Papa. Una lettera di tutt’altro tenore rispetto a “quell’altra” che si sta portando a conoscenza sul Web. Evidentemente quella firma collettiva include un assenso… azzardato e irregolare…

Ed eccomi ad un’altra notte memorabile; quella cui ho accennato all’inizio della presente, quella dell’esplosione del “caso” nella Rete, ad appena una settimana di distanza dal suo compiersi. Settimana durante la quale eravamo andati avanti per forza d’inerzia, credendo che quanto successo fosse già una dose incredibilmente superiore al nostro grado di sopportazione. Invece…sul finire di quella serata, mentre cercavo di distrarre il pensiero dal dramma che stavamo vivendo, navigando in Internet per immergermi nel mondo dell’attualità, i miei occhi restarono accecati da quella notizia relativa al “caso” che aveva per “oggetto” mio figlio in termini fragorosi.

Era come un fascio di luce laser che non mi lasciava il tempo di rischiarare la vista che già ritornava a ferirmi.

Stentavo a leggere quella notizia rilanciata da un lungo elenco di siti e nei giorni seguenti ripresa da giornali on line di vari Paesi, in ogni lingua, e sfruttata persino come esca per fini meramente pubblicitari da diverse pagine web che nulla avevano ed hanno a che vedere con il mondo dell’informazione.

Ed ancora, dopo qualche settimana, la notizia veniva riproposta in un articolo su un argomento attinente, con particolari a noi sconosciuti, presentata come se si fosse trattato della conclusione di un processo… purtroppo! solo ed esclusivamente mediatico…

Tutto è rimasto nella Rete, senza alcuna… rete di protezione, in uno spazio virtuale illimitato, nel silenzio assordante di voci altrimenti dedite alla teorica difesa della dignità della persona, di una generica persona, mentre la “persona in oggetto” è stata condannata a subire – dopo un danno di per sé già estremamente grave – anche giudizi arbitrari e lapidari, insinuazioni e facili ironie da parte di operatori della comunicazione, inclini al sensazionalismo, di blogger improvvisatisi giudici, di internauti autorizzati a commentare la notizia senza cognizione di causa e ad esternare giudizi implacabili su un soggetto, un essere umano, esposto alla gogna.

Nella noncuranza generale che ha reso tutta la vicenda – già fin troppo incresciosa – ancor più angosciante, un interrogativo è rimasto senza una risposta verosimile: chi ha avuto interesse a trasmettere alla stampa quell’informazione, quei dettagli, quelle accuse, senza che il tutto sia stato mai provato e – come non bastasse – mai formalizzato?

Quale interesse può mai giustificare una simile operazione?

Perché si è permesso che su una vicenda angosciosa si sollevasse un clamore prevedibile e facilmente evitabile, senza una ragionevole spiegazione?

Certamente il tempo sarà galantuomo anche in questo caso…

Maria Michela Petti